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martedì 16 gennaio 2018

CI FACCIAMO METTERE IN CRISI DA QUESTO CORVO SCORAZZATO?



Oggi comincia così. Con un messaggio whatsapp che ti invio:
Stiamo vedendo don Puglisi. Ti penso <3

Sono in 3D. In supplenza. La professoressa di lettere ha lasciato da vedere il film su Don Puglisi. Hanno già letto il libro. Forse sono stufi.
Io guardo le tue vie. Le case. Sorrido all'accento.
Guardo i piccoletti. Tu sei diventata grande lì. Una mamma, una donna, una bella donna dagli occhi blu, i capelli lunghi e la chitarra. Una ricercatrice presso Istituto di Bioscienze e Biorisorse. Università di Palermo. Molto più di quello che faranno diversi di loro che non vivono in un quartiere nel quale non ci si sente al telefono per il rumore degli elicotteri che passano sopra le case. Elicotteri? Forze dell'ordine...che non vedono dall'alto e tacciono dal basso.

"Maria significa guarda" - dice il mio collega siciliano. Maria! parlate tra di voi mentre la radio nel film annuncia la stage di Capaci ed io vedo il buco nell'autostrada. Minkia, Signor Tenente! La paura del poliziotto mi sale nelle vene e voi guardate come se fosse storia inventata. Un videogioco dove il morto torna in vita e si può sempre ricominciare.
Ebbene sì! Sono i suoi ragazzi quelli che hanno creduto il lui e nel futuro che ricominciano sempre. Anche se le processioni vengono bloccate anche nel 2017.



"Buon compleanno!" e ci interrompiamo per l'intervallo. Non sanno ancora del 15 settembre. Il giorno in cui tutti voi siete rimasti sospesi nel vuoto. Orfani.
Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come Padre Pino Puglisi o 3P (Palermo15 settembre 1937 – Palermo15 settembre1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale.

Suona l'intervallo. "Caffè e sigaretta" per Andrea - il ragazzo ordina. Il collega mi chiede di appuntare ed eccotelo qui come si interrompe la tensione. TVB.


Eccolo. Tutto compiuto. Il ragazzo che SCEGLIE il Bene prendendo la via dritta col motorino e finendo giù dalla terrazza. E poi Don Puglisi lo raggiungerà in Paradiso. Parlava. ROMPEVA LE SCATOLE. 
I pupazzi sulla bara e tu? Già adolescente. Mi pare di vederti in quel bambino che sorride. Il tuo sorriso...quello che c'è anche nei tuoi occhi. Grazie, Don. Grazie, Cathy.

Firmato                                                   .
la mamma dall'accento tanto diverso dal tuo


BUCCINASCO PER LE MAFIE
http://religolab.blogspot.it/2016/02/buccinasco-per-le-mafie.html
STUDIAMO LA NOSTRA STORIA PER CAPIRE
http://religolab.blogspot.it/2016/10/studiamo-storia-per-capire-la-nostra.html
PARLIAMO DI PAOLO BORSELLINO

http://religolab.blogspot.it/2017/07/parliamo-di-paolo-borsellino.html





mercoledì 19 luglio 2017

Parliamo di Paolo Borsellino


Anzi non ne parliamo noi, ma i loro parenti

Parla il figlio di Paolo Borsellino

 "Grazie caro papà"

MANFREDI BORSELLINO. Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi. Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua. Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l'insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
*( La testimonianza del figlio del giudice - pubblicata per gentile concessione dell'editore - chiude il libro "Era d'estate", curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).





Parla il fratello di Paolo Borsellino
IL FRATELLO DI BORSELLINO, ANNI FA, MI RACCONTÒ DAL VIVO QUESTE COSE. AGGIUNGENDO ANCHE UN PARTICOLARE: "IL VISO DI MIO FRATELLO ERA SORRIDENTE "
19 luglio 1992- 19 luglio 2017
"Mia mamma, nel momento in cui sentì quell'esplosione, non pensò, come sarebbe stato naturale, visto che tutti ci aspettavamo un attentato a Paolo, che fosse una bomba ad essere scoppiata, mia mamma pensò che fossero esplose le tubature del gas, perché aveva lasciato il caffè sul fornello, cosa che spesso succedeva.
C'era l'inferno qui, in Via D'Amelio, nella strada e le scale erano ingombre di vetri, tutte le vetrate del palazzo erano state distrutte. Mia mamma era in pantofole e, scappando, credendo di scappare da quell'esplosione di gas, perse le pantofole e scese quelle scale a piedi nudi. Arrivò qui, qui davanti, dove la prese in braccio un pompiere e la portò via.
Mia mamma scese le scale a piedi nudi, a piedi nudi, in mezzo ai vetri, arrivò giù senza neanche un taglio.
Mia mamma, quando passò in mezzo ai resti di questo portone, deve forse aver scavalcato addirittura il cadavere di suo figlio, però mia mamma dice che non lo ha visto, che non ha visto niente.
Io credo che il cervello, certe volte, si chiuda e non ci faccia vedere quello che veramente succede, quando questo qualcosa è troppo forte, questa è la spiegazione che do io, da ingegnere.
Poi, invece, c'è un'altra spiegazione che mi do e, forse, è la spiegazione più vera: forse Paolo, in quelli che furono gli ultimi istanti della sua vita, deve aver preso mia mamma in braccio, le deve aver chiuso gli occhi e, quando lei è passata vicino al suo corpo, le ha impedito di vederlo.
Questo credo che sia quello che veramente è successo quel giorno."
[Salvatore Borsellino]



[dei due testi ho fatto gli audio. A chi servissero può richiedermeli]

lunedì 31 ottobre 2016

ED IO CHE SONO QUI?

Eccoci qua!
Manco da tanto. L'inizio dell'anno mi ha investito di cambiamenti ed, ancora, non ho preso il ritmo.
Due fatti di attualità mi spingono però a parlare con voi, al fine di contribuire al vostro diventare grandi e mi interrogano come educatore.

Il primo che voglio trattare è un post che in realtà avevo già cominciato il 28 agosto a seguito del terremoto che il 24 AGOSTO 2016 ha investito la città di Amatrice. In questi giorni la terra trema ancora e non è previsto che si fermi a breve.



Quindi:
1) COME COMPORTARSI:

2) la storia in breve:

C'ERA UNA VOLTA IL BEL BORGO MEDIOEVALE DI AMATRICE...


... OVE EBBE I  SUOI NATALI LA BUONISSIMA SPECIALITA' DELLA PASTA ALL'AMATRICIANA felicemente apprezzata e riprodotta in tutto il mondo


ORA NON C'E' PIU'



3) LE PERSONE:


 


4) LE REAZIONI:





5) LE PROPOSTE e LE ACCUSE:



6) GLI AIUTI:


 


 




7) Questa fu l'immagine che mi arrivò da Pescara:



Non so se riuscite a rendervi conto che se una spiaggia a diversi kilometri dall'epicentro riesce a subire queste modifiche ed il mare smorza l'effetto sismico... la situazione verificatasi deve essere stata davvero allucinante.

8) C'ERA  NORCIA...
... OVE EBBE I  SUOI NATALI CRISTIANITA' EUROPEA


Quello dei MONACI, MONACHESIMO, REGOLA DI VITA "ORA ET LABORA"


  



Nacquero complessi edifici intorno alla chiesa per la vita contemplativa e comunitaria


questo modello si diffuse dapprima in Italia e poi in tutta Europa




9) DOPO IL 30 OTTOBRE 2016... NORCIA E' COSì



Guardate il video. Dà un'idea pazzesca di QUANTO CAPITALE ARTISTICO SIA ANDATO PERDUTO.

http://www.lastampa.it/2016/10/30/multimedia/italia/cronache/prima-e-dopo-ecco-come-il-sisma-ha-distrutto-le-chiese-di-norcia-z7AGQvY0R2A4n2mRLFXVqN/pagina.html

[Sotto, ovviamente, nei commenti, correggetemi. Perché il fatto che siano le più note non significa che siano le uniche colpite. Quindi scrivetemi i nomi che ho dimenticato]


Vi è tutto un mondo interiore in questa immagine


10) MA ANCORA PRIMA DI TUTTO QUESTO CI SONO LE PERSONE
Dove sono ora? cosa succede loro? Non ho sentito un elevato numero di morti, staranno bene.
Io credo. Invece...
IO starei bene? oltre la paura...

Terremoto: 25mila sfollati nelle Marche, 3mila a Norcia

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/photogallery/2016/10/30/Sisma-centro-italia-migliaia-sfollati-marche-norcia.html


ANCORA UNA VOLTA LA NATURA CI RICORDA CI COMANDA
E CHE TUTTO PUO' MUTARE DA UN MOMENTO ALL'ALTRO



MA SOPRATUTTO E' IL CASO DI RICORDARE CHE




lunedì 13 giugno 2016

3A 3B 3C 3D 3F 3G A RAPPORTO! #ORLANDO

URGE PARLARE FUORI DAI DENTI.
ATTENZIONE AD INTERPRETARE I MEDIA


Di nuovo e ancora  una strage :(



IL FATTO:
12 GIUGNO 2016

SPARATORIA A ORLANDO:
IL KILLER ORGANIZZATO COME UN TERRORISTA


Omar Mateen si era preparato bene per reggere un assalto con le forze dell’ordine e tenere gli ostaggi in scacco a lungo. Ha emulato comunque il modus operandi degli attacchi di Parigi. Torna alla ribalta il problema delle «armi facili»





ANZI 50 MORTI E 53 FERITI!


REAZIONI:

1) ricorda l'attentato al Bataclan... 

2) ISIS rivendica l'attentato "il più bel regalo per il Ramadan..."

3) 


4) 

ATTENZIONE!
FACCIAMOCI DELLE DOMANDE, SEMPRE




CONSIDERAZIONI:
guardiamoci tutti dentro, perché nessuno ha diritto di porre fine alla vita di un altro ma neanche di giudicarlo. E' davvero troppo superficiale fermare il nostro pensiero ai momenti di intimità di queste persone




BASTA STRAGI! Da Parigi ad oggi...Bruxelles...Tel Aviv...Orlando...senza contare Siria, Africa e quelli che muoiono nel mediterraneo...forse non è cambiato niente tra le guerre e le crociate o forse tutto, sapevi di andare a batterti per la patria, non eri in un locale. Quando tutto questo è cambiato? Non con Pearl Harbor perché era una base militare (e qualche rischi va calcolato sopratutto quando si sbaglia strategia tattica), ma da Hiroshima e Nagasaki quando la gente stava a casa propria e la Bomba atomica ha sovvertito ogni nostro parametro di guerra.


Lo diceva Picasso nel Guernica: la guerra con l'arma bianca, quella corpo a corpo, quella di lama, quella leale che riconosceva ancora nell'altro una persona come me era stata soppiantata dalla guerra a tradimento dal cielo.
La paura di una bomba così potente si è insinuata talmente tanto in noi da averci portato ad una pudica attenzione verso conflitti mondiali.
Fu l'11 settembre del 2001 che il mondo cambiò di nuovo e così le paure. L'uomo è capace di dirottare un aereo ed usarlo come bomba invadendo la vita lavorativa di una città non in terra di conflitto, quindi ignara.
E da lì, anche gente che non vive in paesi disperati o dilaniati dal conflitto, si arroga il diritto di fare giustizia...valori mortiferi invadono i giovani...


#JESUISGAY 
E VOI SAPETE CHE IO NON SONO CHARLIE, QUINDI...