martedì 10 ottobre 2017

non dire baggianate!

Non dire o non fare sciocchezze!

E sì perché è una sciocchezza SUONARE UN ORGANO DISEGNATO SUL MURO

Va a bagg a sonà l'òrghen......pitturaa in sul mur




Va à Bagg a sonà l'orghen, detto milanese dispregiativo nei confronti di Baggio e dei suoi abitanti perchè nella chiesa vecchia di Baggio l'organo era soltanto dipinto sul muro. Dopo la ricostruzione ottocentesca della chiesa, distrutta da un incendio, fu installato un organo vero, attualmente bisognoso di restauri. Eccolo all'opera nel dicembre 2015



beati gli ultimi!

Beati gli ultimi... che se arrivi primo ti issano sul campanile e poi ti fanno la festa: stufato d'asino.

E' proprio vero il detto che recita: CHI VA PIANO VA SANO E VA LONTANO!



Succedeva così a Baggio, piccolo comune attaccato a Milano (ora è un quartiere), quando la SAGRA DI BAGGIO era di lunedì e c'era il PALIO DEGLI ASINI.







lunedì 25 settembre 2017

un Patrono fuori sede

Un Patrono fuori sede: Sant'Anselmo da Baggio.
Eh sì, perché DA BAGGIO non significa mica che sia vissuto a Baggio, ma che ci è nato.
Come per Leonardo Da Vinci, nato a Vinci, un paese della Toscana.

Mentre Gesù di Nazareth è vissuto a Nazareth, nato a Betlemme e morto a Gerusalemme.

Anche Sant'Antonio di Padova è vissuto a Padova ma veniva Lisbona. In Portogallo è infatti noto come Antonio da Lisbona.

Il nostro Anselmo, Patrono di Baggio, dopo aver studiato tanto (letteratura, filosofia, giuridica e teologia) fu nominato vescovo di Lucca (nel 1073) dallo zio Anselmo. Lo zio Anselmo, in seguito, diventò niente popo di meno che Papa Alessandro II.

Il Vescovo Anselmo è coinvolto nella riforma della Chiesa. Coraggiosamente si fece promotore di una riforma della vita del Clero. Quindi si fece odiare...tanto da essere costretto all'esilio.
Fu Matilde di Canossa (altro nome noto) a dargli rifugio e a chiedergli di diventare suo consigliere spirituale. Il nome Anselmo significa "Protetto da Dio". In tedesco "Dio gli è elmo". Ha portato bene.

Nel 1083 fu mandato a Mantova nel periodo della LOTTA PER LE INVESTITURE. In quel periodo in cui l'Imperatore era stanco di non veder ritornare i terreni che aveva assegnato ai Vassalli, che a loro volta li avevano assegnati ai Valvassori e quindi ai Valvassini perché tutti loro li passavano ai figli in eredità (anche se non erano roba loro). L'Imperatore pensò quindi di risolvere il problema dando il controllo "momentaneo" delle terre ai vescovi che quali religiosi non potevano avere figli e li nominò VESCOVI CONTI.
Non diciamo l'incavolatura che si prese il Papa per il fatto che qualcuno (l'Imperatore) avesse iniziato a nominare Vescovi quelli che piacevano a lui non preoccupandosi della cura pastorale delle anime.
A ciascuno il suo! "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" e fu lotta.
L'Imperatore Enrico IV dovette andare a Canossa e restare in ginocchio tre giorni con il capo cosparso di cenere per farsi perdonare dal Papa Gregorio VII. A Canossa c'era Matilde, l'amica e protettrice del nostro Anselmo.


Fu a Mantova che S. Anselmo morì 3 anni dopo il suo arrivo, precisamente il 18 marzo.
E' ricordato proprio il 18 marzo ed è il patrono di Mantova. Infatti cercando il patrono si legge S. Anselmo di Lucca



Nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra l'8 ottobre. Infatti la sagra quando si fa?... la seconda domenica di ottobre.

Il suo simbolo è il BASTONE PASTORALE come si vede nell'incisione su marmo che si trova all'ingresso della Chiesa di Sant'Anselmo da Baggio in Via Cesare Manaresi, 13 a Milano.

mercoledì 19 luglio 2017

Parliamo di Paolo Borsellino


Anzi non ne parliamo noi, ma i loro parenti

Parla il figlio di Paolo Borsellino

 "Grazie caro papà"

MANFREDI BORSELLINO. Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi. Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua. Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l'insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
*( La testimonianza del figlio del giudice - pubblicata per gentile concessione dell'editore - chiude il libro "Era d'estate", curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).





Parla il fratello di Paolo Borsellino
IL FRATELLO DI BORSELLINO, ANNI FA, MI RACCONTÒ DAL VIVO QUESTE COSE. AGGIUNGENDO ANCHE UN PARTICOLARE: "IL VISO DI MIO FRATELLO ERA SORRIDENTE "
19 luglio 1992- 19 luglio 2017
"Mia mamma, nel momento in cui sentì quell'esplosione, non pensò, come sarebbe stato naturale, visto che tutti ci aspettavamo un attentato a Paolo, che fosse una bomba ad essere scoppiata, mia mamma pensò che fossero esplose le tubature del gas, perché aveva lasciato il caffè sul fornello, cosa che spesso succedeva.
C'era l'inferno qui, in Via D'Amelio, nella strada e le scale erano ingombre di vetri, tutte le vetrate del palazzo erano state distrutte. Mia mamma era in pantofole e, scappando, credendo di scappare da quell'esplosione di gas, perse le pantofole e scese quelle scale a piedi nudi. Arrivò qui, qui davanti, dove la prese in braccio un pompiere e la portò via.
Mia mamma scese le scale a piedi nudi, a piedi nudi, in mezzo ai vetri, arrivò giù senza neanche un taglio.
Mia mamma, quando passò in mezzo ai resti di questo portone, deve forse aver scavalcato addirittura il cadavere di suo figlio, però mia mamma dice che non lo ha visto, che non ha visto niente.
Io credo che il cervello, certe volte, si chiuda e non ci faccia vedere quello che veramente succede, quando questo qualcosa è troppo forte, questa è la spiegazione che do io, da ingegnere.
Poi, invece, c'è un'altra spiegazione che mi do e, forse, è la spiegazione più vera: forse Paolo, in quelli che furono gli ultimi istanti della sua vita, deve aver preso mia mamma in braccio, le deve aver chiuso gli occhi e, quando lei è passata vicino al suo corpo, le ha impedito di vederlo.
Questo credo che sia quello che veramente è successo quel giorno."
[Salvatore Borsellino]



[dei due testi ho fatto gli audio. A chi servissero può richiedermeli]

giovedì 1 giugno 2017

il nostro catalogo su Chagall
























E' stato bello! Mi sono sentito un santo...

L'osservazione di un dipinto si fa più profonda se so di dover riprodurre la scena.
Il mettermi in posa coinvolge la memoria posturale, che si imprime a caratteri più forti nella memoria a lungo termine.
Un'esperienza lunga un click che resta molto di più.

TUTTO NASCE DALL'USCITA DI GESU': "Qualcuno tra voi mi tradirà" 
 Mt 26,20-25 - Uno di voi mi tradirà   

20Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. 21Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 
22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
23Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 
24Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! 
Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 25Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». 
Gli rispose: «Tu l’hai detto».
tutta la prospettiva del quadro parte da un punto sulla fronte di Gesù
 E' LA STORIA DI UN TRADIMENTO
in cui lui è solo
come tutti nei momenti più scuri della vita


 SI TRATTA DI 4 GRUPPI DA TRE APOSTOLI CADUNO.
LE EMOZIONI SI PROPAGNANO AD ONDA

 DALL'ANGOSCIA, ALLA RABBIA, ALLO STUPORE...


1) Osserva il personaggio che hai estratto.
2) Qual è il suo stato d'animo?
3) Qual è la sua postura?